DECAPPUCCINO

May 17, 2016

Questo racconto avrebbe dovuto far parte di un’antologia nel 2013... oggi ho scoperto che non è mai stato inserito, dunque me lo riprendo e ve lo ripropongo, visto che è così attuale. Buona lettura.

 

Decappuccino
 

- Un cappuccino deca con poca schiuma, grazie.

 

Quanto mi odi, per questa ordinazione da precisino? Sono anni che passo al tuo bar ogni mattina, e ogni santa mattina ti faccio questa ordinazione da rompiscatole, una di quelle che i baristi detestano, soprattutto all'ora di punta della mattina.

 

Durante questi anni ti ho osservato attentamente: le mani grandi e veloci, che non si soffermano più del necessario sugli strumenti che utilizzano. La pelle giovane del viso, sempre sbarbata di fresco. I capelli castani, rasati ai lati e più lunghi al centro. Che quando crescono fanno un’onda che evidentemente non ti piace, perché non appena accennano a inselvatichirsi corri dal barbiere e ti ripresenti al bar con un taglio fresco. Il profilo volitivo del mento, le labbra carnose, gli occhi verde smeraldo che diventano scuri nelle giornate di pioggia, o quando qualche cliente poco simpatico ti fa penare. Poi l'ironia, fatta di poche parole e di sorrisi sardonici, ti illumina il volto di una luce cattiva che mi fa impazzire di desiderio.

Vorrei spogliarmi di tutti i drappi che questa vita mi ha messo, prenderti per mano e portarti via; lontano da questi strumenti d’acciaio, da questi asfalti grigi. Vorrei fuggire lontano da questo perenne cielo plumbeo, carico di gas di scarico e fumo di fabbriche; da questa realtà piena di impiegati dalle vite strozzate da cravatte di cattivo gusto, che si sfogano in palestra facendo finta che vada tutto bene.

 

No, non va tutto bene. Mi sento soffocare. Sono stanco di indossare un abito che, ogni giorno di più, è un costume di scena. Sono stanco di far finta che vada tutto bene. Sono stanco di tenere dentro di me tutto ciò che non va.

 

Quando mi sono cacciato in mezzo a questo casino? Tanti anni fa, quando ho avuto paura.

Sì, paura. Anzi, terrore. Il terrore di essere ammazzato, non solo fisicamente. Eliminato dalla vita sociale, o massacrato.
D'altronde anche Pasolini è stato ucciso per questo, no? Allora ho finito per farmi scivolare tutto dalle spalle. Gli studi di filosofia? Buttati nel gabinetto: ragionare è una cosa pericolosa, meglio adeguarsi; impari a mandare giù tutto e a poco a poco ti dimentichi cosa vuol dire sentirti prigioniero. Dimentichi i confini della gabbia, sbattendoci contro fino a sanguinare. Riesci persino a mentire con un sorriso!

 

Solo che, a un certo punto, il gioco ti sfugge di mano. Mi sono innamorato di una donna. Innamorato? Probabilmente innamorato più della compagnia che del corpo... non esiste una commedia che s’intitola: “Ti ho sposato per simpatia”? Ecco, forse a me è successo questo. Solo che poi, per simpatia, ci ho fatto anche un paio di figli. Non che le donne non mi piacciano, anzi: non sono così estremista. Le ho dato ciò che voleva: un matrimonio, i figli, una vita benestante.

 

No, non mi sento ricco.

Lavoro e posso permettermi un tenore di vita agiato.

Mia moglie ha deciso di badare ai figli e così l’ho lasciata fare. Le voglio bene, ma siamo come un vetro di finestra: ci scrutiamo solo per vedere cosa c’è al di là. Quindi lavoro, prendo decisioni, licenzio gente, tutto sotto questo cielo perennemente grigio, in cui nemmeno il sole ha più voglia di mettere piede: fa schifo pure a lui, questa realtà. Mi sembra di essere sul set di “Blade Runner”, ma probabilmente è solo lo spirito a essere color piombo, come il cielo.

 

Mi guardo allo specchio e chi sono? Un uomo con la barba perfettamente rasata, la cravatta Marinella perfettamente annodata, il completo Versace perfettamente stirato.

 

Perfettamente infelice. Mia moglie mi bacia sulla guancia e sorride. Le sorrido anch'io. Non mi cerca più a letto, grazie a Dio. Non è cattiva, ma proprio non mi dice più niente. I bambini crescono per i fatti loro; gli voglio bene, gli sono vicino per quello che serve; per rispondere alle domande, per i colloqui coi professori. Più di questo cosa devo fare? Loro cresceranno e si faranno una vita, ed è giusto che sia così. In famiglia sono sempre il rappresentante della sicurezza. Ecco, mi pare d'essere un rappresentante aziendale in casa mia. Passano il tempo attaccati ai videogiochi, leggere per loro è uno sforzo. Forse è colpa mia che non sono riuscito a trasmettergli la passione per i libri… quando impari a ragionare poi è dura tornare indietro. I libri a me hanno regalato questa possibilità, avrei dovuto condividerla con loro? A me questo “dono” ha fatto soffrire ancora di più nel sentirmi diverso dagli altri.

 

Meglio che non imparino mai a ragionare: vivranno meglio, omologati al branco di pecore che ci circondano.

 

Allora mi accontento di guardarti, caro il mio barista, e di tormentarti ogni mattina con un cappuccino deca con poca schiuma. Avrei solo voglia di spingerti in un angolo e sentire quanto sei muscoloso, sotto quella camicia slim-fit e quei jeans. Vorrei strapparmi di dosso questi abiti da maschio etero che mi stanno stretti, questa faccia vecchia e rassegnata, sentire tra le tue braccia quanto si può stare bene, smettendola di rinnegare la mia natura. Mi prude la barba, sembra che in questi giorni voglia crescere senza limiti, mi dà noia un’altra volta.

Lei cresce, io invecchio.

Infelice.

 

- Ecco pronto il decappuccino!

- Decappuccino?

- Non è un cappuccino deca? Allora è un decappuccino! - mi rispondi sorridendo, trionfante.

Mi scappa una risata.

- Ah, ma allora anche lei sa ridere? - dice lui - È la prima volta da anni, credevo non ne fosse capace!

- È la prima volta che un barista fa una battuta decente: un avvenimento del genere merita una replica straordinaria! - rispondo strizzando l’occhio.

 

Sto facendo il fenomeno con un uomo? Non mi riconosco nemmeno!

 

Sorridi e torni a occuparti del bar. Mi godo il tuo indaffararti dietro al bancone, mentre sorseggio questo decappuccino con poca schiuma. Oggi non sono riuscito a dirti di darmi del “tu”; mi sento troppo vecchio per giocare con te.

Forse domani...

 

Vorrei finalmente essere ciò che sono, senza più maschere.

 

Vorrei essere accettato per ciò che sono: un essere umano sotto un cielo di piombo, dentro a un costume che mi sta sempre più stretto.

 

©Anna Castelli - 2013

 

#loveinabar #decapuccino #mokamacho #lgbtbreakfast #cirinnamoreremo #unionicivili

 

 

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