Fiaba!

November 12, 2014

Quando ho bisogno di una fiaba, vado da lei.

Potrebbe avere quaranta o quattrocento anni, come le giapponesi, che non sai mai dargli un’età. Porta i capelli tinti e corti e fuma sigarettacce arrivate con qualche carico di Porto Marghera. Ha una gamba offesa e si muove col bastone, ma dà la merda a tanti giovani, soprattutto quando usa quel bastone per far loro lo sgambetto, o per darglielo in testa. Mi incute un timore misto a rispetto, perché sembra contenere tutta la storia di Venezia, che è troppa per qualsiasi essere umano. Vive ai confini col Ghetto e apre le finestre in qualsiasi stagione che Nostro Signore Iddio mette al mondo, sia estate o inverno, nebbia, pioggia o sole. In quel momento, spalanca le finestre per far uscire l’incenso del Vishudda Chakra che brucia e che probabilmente droga anche i suoi gatti, che ne approfittano per espandere i polmoni saltando sul davanzale.

Ha i suoi tarocchi, “Dono di un Mago che mi ha voluto salvare la vita, bontà sua”. Me l’ha raccontato la prima volta che li ha tirati fuori dal loro sacchettino viola. Mi ha detto anche che le pietre che porta come orecchini sono un omaggio al colore dei suoi occhi, un colore che non era di questo mondo già quando lui era vivo. Lei ha una voce di terracotta che non ha niente a che fare col tabacco che fuma. È la voce che assume chi viaggia tra i mondi, penso, perché lei ha lo sguardo di chi è stato lontano, molto oltre i confini di questo pianeta. Potrei innamorarmi di lei con la devozione che proverei per una divinità, ma lei non è di nessuno.

Anche quella volta avevo bisogno di una delle sue fiabe.

Rise forte mettendo su il caffè: “Te la racconto solo perché mi porti i biscotti al cioccolato, quelli veri, non la segatura che vendono al supermercato. Io non ho più voglia di farmeli. Venezia mi ha salvato la vita, perché il cuore della mia famiglia è sempre stato di cristallo, ma ha voluto qualcosa indietro” disse tristemente mostrandomi le dita raggricciate come i rami dell’albero di Campo del Ghetto Novissimo “Per quello ho venduto tutti gli strumenti. Peccato. La musica ti eleva al cospetto di Dio, lo sapevi?”

“O ti abbassa a quello del Diavolo” la canzonai mentre mettevo le tazzine sul tavolo

“E non è la stessa cosa dunque?” sorrise lei battendo il filtro della caffettiera nel secchio della spazzatura. BAM BAM BAM. Il rumore della mia infanzia. Sospirai aprendo i biscotti, mentre un gatto enorme saltava sul tavolo a controllare la bontà della mercanzia.

“Che fiaba ti serve stavolta?”

“Eh, una bella potente” risposi con la voce spaccata dalle lacrime, che ricacciai indietro. Non ho l’abitudine di piangere.

La vidi sollevare un sopracciglio dietro gli occhiali spessi “Fa male trattenere le lacrime. Non sorridi di solito?”

Feci di sì con la testa guardando in alto, come se quel gesto servisse a non far traboccare il serbatoio di tristezza che mi portavo nella testa.

“E allora perché i sorrisi sì e le lacrime no? Un giorno tracimerai come il Vajont e saranno cazzi amari per tutti, non solo per te”. Si accese una sigaretta e andò ad accendere un incenso per il Vishudda Chakra. Mi ha sempre fatto ridere questo suo rispetto per il chakra della gola appaiato al suo ammazzarsi di tabacchi di infima qualità. Le augurai lunga vita, lunga più della mia di sicuro, perché non avrei sopportato di perdere anche lei.

La caffettiera borbottò che il contenuto era pronto, così mi affrettai a servire il caffè. Tornammo a sederci contemporaneamente.

“Scolta, mi no voj saver chi che ze morto stavolta. Se’l ze morto o se’l ze ‘ndà via o che casso ti ga combinà sto giro. No vojo savergene gnente. Scolta sta fiaba e po’ va fora dae bae, vaben?[1]

Feci cenno di sì con la testa.

Lei prese dalla tasca del suo enorme gilet da gattara il mitico sacchettino viola, estrasse i tarocchi consacrati e iniziò a mescolarli, canticchiando una melodia. La riconobbi, era il Là ci darem la mano del “Don Giovanni” di Mozart. L’avevo visto la stagione passata assieme a…

Di nuovo le lacrime. Di nuovo la rabbia. Bevvi il caffè amaro, scottandomi apposta senza far rumore, per ricacciare in gola il groppo. Non volevo altro che la mia fiaba, per dimenticare tutto il resto della mia vita almeno per quel lasso di tempo.

Mi fece tagliare il mazzo, lo sovrappose e poi iniziò girando una carta:

“Devi sapere che Venezia non è sempre ciò che appare, e che non appare a tutti nella stessa maniera. Alcuni l’hanno paragonata a una rosa: prima di arrivarne al cuore, devi far tuoi tutti i suoi petali. Puoi anche fermarti al lato esterno, tanto è bella lo stesso. Oppure, petalo dopo petalo, puoi provare a scoprirne la sua vera natura… ma puoi essere davvero sicuro che la natura che svelerai è la sua natura universale? Non può essere semplicemente ciò che arriva alla tua mente dall’esperienza della tua breve vita attraverso occhi e orecchie, passibili di errore, parziali? Ti basterebbe dunque scoprire che la vera visione di Venezia non potrai mai averla, perché il tuo corpo fisico impone dei limiti che lei invece trascende?”

Altre carte. Le volute di fumo della sigaretta nel posacenere disegnavano una linea simile alla corda di un mago, di quelle che si muovono da sole, e si perdeva verso il basso soffitto; a tratti l’aria proveniente dalla finestra spostava la corda di fumo verso la spira del cono d’incenso, disperdendo piccole nuvole nella stanza.

“Molti anni fa arrivai anch’io a Venezia con questo intento. La città mi aveva chiamato, un richiamo irresistibile di sirena. Una sfida. Come potevo resistere? Mi si proponeva una ricerca mistica che coinvolgeva molto di più di quello che avevo sperimentato fino a quel momento. Cosa potevano essere tutti i vizi e le virtù del mondo paragonati alla storia della Serenissima? Abbandonai tutto e mi preparai a quella che pensavo un’avventura senza fine. Volevo che i masegni mi parlassero, mi mostrassero cos’era o chi era veramente Venezia.”

“E te lo mostrarono?”

Mi zittì con un gesto. Prese la sigaretta e aspirò una profonda boccata.
Le carte sciorinate sul tavolo erano divenute una croce.

“La fiaba inizia adesso. Arrivai in una notte di luna piena, a primavera inoltrata. La città era complice, iniziai a raccogliere i suoi sussurri. Secondo te che effetto possono fare centinaia di secoli di parole su un essere umano?”
Il suo silenzio mi pesava addosso assieme al suo sguardo.

“Persi la ragione, ovvio. Ero troppo giovane e stupida per sopportare un carico simile. Mi salvò lui, l’Uomo dei Tarocchi.”

Questa era una novità, non me ne aveva mai parlato. Sentii il cuore rilassarsi, dopo tanto tempo, curioso di ascoltare quella storia.

“Mi tenne con sé e mi insegnò ad ascoltare ciò che era necessario senza lasciarmi sopraffare da tutte le voci che arrivavano nella mia testa. Tuttavia, come ti ho già detto, ero giovane e stupida. Mi innamorai del mio maestro.”

Si accese un’altra sigaretta e poggiò il mento sulla mano, lasciando che il fumo le lambisse il viso senza provocare nemmeno una lacrima. Guardai le carte tra di noi: in cima, rivolto a me, l’Appeso. Al centro, sotto di lui, mi guardava il Giudizio. Alla sua sinistra il Matto, rivolto nel senso della mia amica. Alla sua destra il Mondo, girato verso di me. L’avambraccio della donna nascondeva l’ultima carta.

“E come finì la vostra storia?” chiesi porgendole un biscotto mentre ne sgranocchiavo uno a mia volta. Lo prese, lo sbocconcellò pensierosa e rispose: “Finì che imparai che per me Venezia più che una rosa è una cipolla: la sbucci e la sbucci finché non ti resta niente e piangi un sacco. Però ci puoi fare un buon soffritto!”

Rise forte gettandomi addosso l’ultima carta, mentre andava a chiudere la finestra: la Luna atterrò dritta sul mio grembo.

La finestra chiusa era il segnale convenuto per il congedo.

Me ne andai con la promessa di portarle presto un nuovo pacco di biscotti.

 

 

 

 

[1] “Ascolta, io non voglio sapere chi è morto stavolta. Se sia morto o se sia andato via o che cazzo hai combinato questa volta. Non voglio saperne niente. Ascolta questa fiaba e poi vai fuori dalle balle, va bene?”

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